Mario Draghi, Senaldi: crisi di governo? No, ma Italia condannata a due anni di campagna elettorale

Mario Draghi, Senaldi: crisi di governo? No, ma Italia condannata a due anni di campagna elettorale

 

Fonte:Liberoquotidiano 05 aprile 2021 di Pietro Senaldi

È stata una settimana di passione per la maggioranza Draghi. Salvini processa Speranza, Letta spara su Salvini, Forza Italia contesta i grillini, il Pd marca le distanze da M5S, i cinquestelle sfottono i berlusconiani, i dem crocifiggono il loro antico leader Renzi. Tutti, azzurri esclusi, caricano a testa bassa contro il capo della Lega. Non si può parlare di crisi, perché nessuno si prenderà mai la responsabilità di far cadere il governo in piena campagna vaccinale e a tre mesi dal semestre bianco, quando ci si potrà anche mettere le mani addosso in Parlamento senza rischiare nulla, giacché la Costituzione impedisce il voto anticipato in prossimità dell’elezione del nuovo capo dello Stato. Tuttavia le difficoltà dell’esecutivo sono parecchie. Chiusure a parte, contro le quali è in pieno svolgimento la campagna mediatica del Carroccio, sono tutte beghe di seconda fila. E però sono fastidiose, perché impediscono di trovare la quadra su ciò che conta. La sensazione è che, con Draghi che ha avocato a sé l’economia e la pandemia, ai partiti che lo sostengono non sia rimasto molto da fare; pertanto è già iniziata una campagna elettorale che rischia di durare due anni, nei quali ciascuno cercherà di marcare il proprio territorio, anche se questo dovesse costare qualche scossone alla maggioranza e qualche schiaffone ai provvisori compagni di cammino. Ieri è stata la giornata degli allucinogeni.

Draghi ha affidato alla ministra grillina Dadone, che ha firmato più volte progetti di legge per la liberalizzazione della marijuana, la delega per le politiche anti-droga del governo. Un po’ come dare ad Alberto Genovese le Pari opportunità o a Renato Vallanzasca la Giustizia, ha fatto notare Forza Italia, rimediando una tirata d’orecchie da M5S, che ha precisato che la Dadone sarà pure una convinta antiproibizionista, ma «è ovvio che è contro l’uso delle droghe». Ogni pretesto è buono per randellarsi, perfino il capitano della Marina Walter Biot, lo spione dalla Russia per cinquemila euro. Anziché chiedersi come mai la Difesa, il ministero che gestiscono da sette anni, sia un groviera, i dem hanno ingiunto a Salvini di chiarire i propri rapporti con il Kgb e con Putin, sui quali le procure italiane indagano senza costrutto da un lustro. Tutto fa brodo. Il Pd ha processato il leader della Lega perfino per aver incontrato Orban e Morawiecki, i premier di Ungheria e Polonia, Stati membri della Ue grazie all’allargamento a Est voluto dalla sinistra, ma che diventano para-dittatori se interloquiscono con Matteo. Non poteva mancare lo scontro sul disegno di legge Zan, che punisce severamente le discriminazioni di genere sessuale. Draghi non ha nessuna intenzione di farsene carico perché sono provvedimenti politici che non competono a un governo tecnico che si fonda su una maggioranza allargata. Però per il Pd è diventato «fondamentale approvarlo subito», da che Forza Italia e Lega sostengono che non sia una priorità, anzi non sia proprio giusto perché consentirebbe di incriminare chi si dice contrario alle adozioni gay o all’utero in affitto.

A colpi di vaffa 

Ma è sulle chiusure che lo scontro è massimo. Salvini ha dichiarato che a processo per sequestro di persona dovrebbe esserci Speranza e non lui, accusando la sinistra di temere più la Lega del Covid e pressa Draghi sui tempi per «il ritorno alla vita». Il Pd di rimando lo tratta come un untore e tiene sulla linea delle serrate, che però non tengono nei fatti: chiudiamo ristoranti, negozi e scuole, ma i ragazzi si vedono al parco per giocare a calcio, la gente si assembra al supermercato per la spesa di Pasqua e oggi e domani è lecito a tutti prendere la macchina e andare a mangiare da un amico. Insomma, Speranza e compagni ci vietano solo di lavorare e studiare. Questo romanzo popolare che è l’Italia del Covid è grottesco. I partiti che reggono il carrozzone sono tutti in crisi di nervi. In mezzo c’è Draghi, che ha scelto la politica del guinzaglio lungo, la sola possibile: scannatevi pure a parole, intanto io, il commissario Figliuolo e il ministro Franco governiamo. Andrebbe anche bene, se nella squadra titolare non ci fosse Speranza nel ruolo del poliziotto cattivo, il punching-ball che il premier ha designato a mettere la faccia su tutte le cattive notizie, prendendosi i pugni conseguenti. I partiti sono comparse, alzano la voce per farsi sentire. Ciascuno si è dato un ruolo che spera gli porti voti un domani. Salvini fa l’opposizione interna, in modo da dar voce a chi non condivide le chiusure, tenendolo buono solo a parole. Letta è un marziano, non parla di Covid, per non caricarsi le decisioni impopolari del governo, ma di immigrati, voto ai minorenni e poltrone per le donne. A parole attacca Salvini, in realtà ha lanciato l’opa sui consensi grillini in fuga. I cinquestelle sono sopraffatti dai problemi interni, offrono la loro massa acritica di voti a Draghi in cambio del reddito di sopravvivenza da parlamentari che il premier garantisce loro. Renzi pure, dopo aver fatto da levatrice anche a questo governo, si è inabissato per non portarne la croce e si dedica a suscitare polemiche per i suoi viaggi arabi. Forza Italia fa buon viso a cattivo gioco. Berlusconi ha piazzato tre ministri, che però gli rispondono poco, impegnati a giocarsi una partita personale dagli incerti sbocchi futuri. Non c’è nulla da fare. È la legislatura dei grillini. Sono entrati in Parlamento come anti-casta a colpi di vaffa e ora sono diventati l’incarnazione della casta. Sono riusciti perfino a fare del loro linguaggio la cifra espressiva del governo dell’uomo più posato che abbiamo, la cui maggioranza si regge su una ridda di vaffa reciproci.

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