La vergogna dem. Pd, un partito senza più identità che fagocita segretari

 

Fonte:IlTempo 31 agosto 2021 di Paolo Cirino Pomicino

Da tempo diciamo che la crisi del partito democratico è la crisi del paese non fosse altro perché da dieci anni è permanentemente al governo con un solo anno di riposo, quello del governo gialloverde.  In questi mesi la crisi si è ulteriormente aggravata. Come si fa a sottovalutare il fatto che un segretario( Zingaretti) dopo alcuni anni si dimette spiegando che si vergogna del proprio partito. Una dichiarazione mai sentita da nessun segretario di nessun partito nella storia politica del paese.

Una vergogna che è stata rapidamente assorbita è dimenticata senza profferire parola da tutti i dirigenti e che nei giorni successivi non è stata spiegata neanche dallo stesso Zingaretti in maniera convincente. Insomma una voce dal sen fuggita che metteva il timbro sulla crisi profonda in cui naviga il partito democratico da quando è nato. Una vergogna che arriva dopo che ben tre segretari hanno abbandonato il partito, Bersani, Epifani e Renzi mente altri due non hanno più ruoli nel partito come Veltroni e  Martina,  entrambi presi da altre incombenze. E quella vergogna persiste ancora al punto che il nuovo segretario Enrico Letta si presenta alle elezioni suppletive nel collegio di Siena senza il simbolo del partito. Spiegherà nei prossimi giorni l’ex segretario dei giovani popolari europei che la sua battaglia è quella di allargare il campo della coalizione( oggi al posto dei partiti ci sono i campi!!). In parole semplici Letta dice che il simbolo del PD è respingente!

Letta non si accorge che la sua scelta è il trionfo del peggiore personalismo che da trenta anni corrode il sistema politico italiano. Avremmo capito anche questa ultima trovata di un partito agonizzante se Letta avesse messo nel suo simbolo una radice identitaria. È ancora un popolare o è diventato socialista? Sono le due culture fondati del PD o abbiamo capito male all’epoca della sua nascita? Sarebbe saggio se Letta ci dicesse qualcosa evitando però di dire  che lui è un democratico perché chi ha diretto per anni la scuola di politica “Science de Po” non può non sapere che quel termine “democratico”nella storia europea non ha alcun valore politico. Ed allora chi è? Quale è la sua identità e quella del partito che guida? Se dovesse continuare il silenzio su questo terreno sarà difficile che gli italiani potranno un domani votare un partito che rinnega il proprio simbolo nel momento in cui è candidato il suo numero uno.

È questa la grande crisi del PD toccata con mano anche nelle liste locali. Nelle grandi città nessun dirigente del partito si è candidato a sindaco a testimonianza di una classe dirigente che in trenta anni ha reclutato solo personale modesto non presentabile all’elettorato. Questa del PD è una crisi profonda innanzitutto culturale e disarmante rispetto alle grandi sfide che il paese deve affrontare. Dai problemi drammatici dell’ambiente alla lotta sempre ignorata al capitalismo finanziario e alle necessarie politiche per una crescita economica che da oltre 25 anni è ferma allo 0,8% annuo con una povertà quasi raddoppiata, un mezzogiorno crollato in termini occupazionale ed infrastrutturale e per finire con la esigenza di una sana gestione del PNRR, occasione più unica che rara nel destino dell’Italia.

Questa crisi del PD unitamente al lento spegnersi di Forza Italia getta un ombra lunga anche sul parlamento della repubblica sempre meno presente nella vita del paese pronto a votare ciò che dice il governo con qualche suggerimento marginale. Spiace dirlo ma è la grande crisi della Repubblica parlamentare. O i partiti colgono l’occasione di un governo che non li vede molto impegnati in prima linea per rilanciarsi sul piano culturale formando una classe dirigente all’altezza o la repubblica parlamentare sarà prima o poi travolta dall’incalzare degli eventi e dalla crescita di un desiderio popolare di essere finalmente governati.

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